Ànemos. Spazio, tempo, respiro nelle opere di Irene Petrafesa

Soffio, vento, respiro. Questa l’etimologia del termine greco ànemos, a lungo adoperato per designare quel principio vitale, elemento vivificatore di tutto ciò che esiste nel mondo, che permea di essenza identitaria quanto è già dotato di realtà biologica, e di cui l’essere può intuire l’impercettibile e assidua presenza nel corso della sua storia individuale.
All’origine dei pensieri e delle passioni, alla base della stessa attività cognitiva dell’uomo si colloca, dunque, un respiro, fruscio dell’anima. Condizione primaria dell’esistenza fisica e psichica, che conferisce unitarietà a una serie infinita di frammenti di spazio e tempo, esso può contenere la memoria fluida delle cose, storicizzarla, contraendola in una sintesi momentanea, per condurci alle soglie di una consapevolezza profonda del nostro rapporto indissolubile col mondo. un simile principio dinamico sembra così invadere i lavori di Irene Petrafesa, al punto che ogni opera è materia pulsante e vibratile, unità poetica di forma e sostanza, al cui interno si snoda il racconto di una storia personalissima, narrata attraverso il temperamento del colore, la cui fibra energetica è attivata da un ànemos che vaga indisturbato nell’universo, trasportando in ogni luogo la lieve memoria delle origini. Il processo creativo, più simile a una trasfigurazione inversa che a una rappresentazione strictu sensu, scava nella litosfera del reale, giungendo al nucleo primordiale, intervallo di potenziale libertà e riscatto, in cui persino il dolore più aspro può essere ricondotto alla natura indefinita che appartiene ai suoi albori, abbandonando la sua forma accidentale.
Un approccio creativo contestualmente istintivo e analitico, dunque, porta l’artista a intercettare i materiali primari dell’esistenza, in uno spazio fluido e di passaggio, di sospensione temporale, in cui il pensiero, il dato emozionale e simbolico, sono ancora fermi a uno stadio evolutivo “prelinguistico”, antecedente a qualsiasi determinazione finita. Non sapremo mai, forse, se nei grigi, rossi, aranciati, o bruni delle opere si conservi un dato, reale o psichico, colto nel principio della sua attività esistenziale, o nella disgregazione che appartiene all’atto finale di ogni storia contingente. Una medesima sostanza accomuna, infatti, l’origine e l’epilogo di ogni cosa, e necessariamente una è la visione estetica che traduce all’esterno i due poli di questo procedere universale. I riferimenti alla realtà, evocati quasi unicamente dai titoli dei suoi lavori, sono sottoposti così al vaglio dell’intuito, umanizzati per il tramite di una gestualità rapida, viscerale, fatta di ripetuti interventi sulla tela, di passaggi sovrapposti, e di volute corruzioni epidermiche che incidono la preesistente morbidezza tonale, sfaldandola. La superficie appare ora densa, segnata da ferite ancora pulsanti, ora più eterea, impalpabile e incorporea come gli elementi naturali o concreti suggeriti dalla composizione, perché il mondo è generato, in fondo, da un respiro continuo ma straordinariamente imperfetto e mutevole, che alle volte placa, altre invece è sintomo, voce dell’anima, accelerazione del suo ritmo, sotto l’urto improvviso degli eventi.
Giuliana Schiavone
Testo critico realizzato in occasione della mostra “Ànemos” di Irene Petrafesa presso la Galleria Spaziosei di Mina Tarantino, Monopoli (Ba) 2013.  

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