Il caffè, “g” de gato, trasfigurazioni linguistiche del nome.

“Il suo nome, scusi?”

“Giuliana”

“G-i-u-l-i-a-na”. Ah Argentina?

“Italia!” (sorriso, all inclusive)

“Doble o sencillo?”

“Sencillo”

Se ci sono delle certezze nella mia vita, beh, quelle sono legate al fatto che da quando i miei ultimi anni si sono trasformati in un viaggio esplorativo di coordinate oltre oceano,  in una meravigliosa terra messicana, a questa domanda, io puntuale risponderò:

“Ge” de gato. (Simulando una padronanza della pronuncia)

E ancor più che sulla tazza del caffè ritroverò il novanta percento delle volte un “jota” di José. Io proprio la “j” de José non la so pronunciare senza un elevato dispendio energetico, come non riesco a pronunciare la “j” di Julio e la “g” del mio stesso nome, specialmente se la regina delle consonanti decide di accamparsi all’inizio delle parole.

Quanto alla certezza della mia provenienza argentina, questo non l’ho ancora chiaramente compreso ma avrei delle possibili spiegazioni in merito, dubbi relazionati a quell’impercettibile,  impercettibile, caratteristica accentuazione delle parole cosí tipiche del nostro idioma d’origine. Cosa che io proprio, probabilmente, non so come abbandonare senza un elevato dispendio energetico. E né vorrei farlo, in fondo mi rappresenta.

“Ge” de gato.

Non c’è da stupirsi che io abbia pensato senza alcun indugio al felino in questione per suggerire la consonante con cui inizia il mio nome, cosa che dimostra il posto che occupano i miei Grey&Bambú – ribattezzati los gatos viajeros – nel clan delle mie  associazioni mentali quotidiane. Sono certezze quotidiane, del chiedere un caffè e rispondere “g” de gato. Capita con tutto, dal caffè alla banca, dal supermercato alle presentazioni informali, e la “g” de gato sta lì in attesa di essere chiamata in causa, per fare il suo lavoro, dando un fondamentale contributo nella geografia delle azioni e ritualità di ogni giorno.

Sono in Messico ancora per un mese. Ma questa “Ge” de gato in fondo mi mancherà.

– Io sono certa che mi mancherà. –

Cosa ci appartiene davvero? Cosa porterò con me? O cosa è già parte di me? Ed è strano pensare a come dettagli, semplici tessere in un mosaico immenso di azioni apparentemente casuali, diventino la realtà che è parte di noi stessi in questo istante. Avere la possibilità di trovare dettagli di vita che ci cambino, ci trasformino, ci insegnino a osservare e ascoltare, ci insegnino a perderci, ad allontanarci per trovare cose nuove che non possono essere scovate rovistando sempre nella stessa identica scatola di cartone delle nostre certezze.

Lontano da quello che siamo abituati a chiamare “casa”.

E cosí, a distanza di nonsoquantichilometri da casa, a un mese dal nostro rientro in Italia, mi dico che ho appartengo a due terre, e che la mia casa, in questo istante …

è semplicemente la “G” de gato.

Un nome. E le sue trasfigurazioni linguistiche. Sea lo que sea, pase lo que pase. 

Andiamo.

G.

 

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